Quest’articolo proviene da una conferenza tenuta qualche anno fa in un corso sulla preparazione di oleoliti secondo la tradizione spagirica.

 

Nell’oleolito spagirico troviamo tutti i principi attivi liposolubili delle piante utilizzate, alcuni principi amari, dei sali minerali (principalmente carbonato di potassio, magnesio ecc…), oligoelementi e minerali in tracce, nella misura in cui sono presenti nella piante e nella quantità che l’oleolito stesso può contenere, in una forma altamente biodisponibile.
Il prodotto ha caratteristiche uniche nel suo genere, in quanto sono presenti nello stesso preparato tutti gli elementi costituenti in origine l’Individuo di Natura, utilizzato nel suo Totum vegetale, purificati e ricongiunti.

Per fare un oleolito, una volta raccolta la parte che ci interessa della pianta, la si pone in un recipiente che potrebbe anche essere di vetro, in modo che quando lo si espone ai raggi del sole possa percepire anche la luminosità e non solo gli altri aspetti dell’energia del Sole.
Nel caso si voglia provare si possono usare anche vasi di argilla preservando il prodotto rispetto l’energia luminosa diretta.

Citazione dal n° 51 di Kemi Hathor:
“Fra tutti gli oli, quello di ricino è più specifico per il derma e le sue disfunzioni ed è quello maggiormente impiegato nella produzione di oleoliti in quanto alle sue funzioni particolari1 aggiunge quelle dei prodotti erbacei con cui viene messo in contatto.
La tecnica spagirica di preparazione, pur non essendo singolare, deve essere osservata con un certo scrupolo se si vogliono ottenere dagli oleoliti risultati sorprendenti e talvolta miracolosi.”

L’operazione di raccolta va eseguita nel giorno canonico (della segnatura planetaria o delle segnature planetarie tradizionalmente tramandata circa quel individuo vegetale) alla prima ora, il raccolto può poi essere aggiunto all’olio il giorno dopo (previo riposo della pianta all’ombra) oppure si può raccogliere nell’ottava ora e mettere subito in lavorazione.
Colte le parti della pianta che in quel momento interessano, si aggiunga l’olio alla pianta (con proporzioni variabili dal 30% al 45% di presenza della pianta) in un vaso chiuso ermeticamente, avendo cura che il livello dell’olio copra completamente la pianta e che vi sia un piccolo spazio per l’aria tra l’olio e il tappo. Il vaso di vetro con la sua miscela, viene esposto alla radiazione solare per la durata di una lunazione completa (o più lunazioni complete o almeno condotte fino ad una sigizie) avendo cura di ritirare il vaso durante la notte, per tenerlo lontano dai raggi lunari che sono sterilizzanti.
In questa operazione non viene sfruttato solo il calore del sole, che può portare il vaso anche oltre i 50° nei mesi estivi, ma anche le radiazioni elettromagnetiche solari per tutta la durata di una lunazione, ove in questo caso la Luna fissa i tempi ed il Sole, fonte principale di elettromagnetismo e quindi di vita, presta la sua potenza per fondere ed esaltare i due magnetismi particolari, quello dell’olio e quello della pianta.
Dopo 28 giorni, l’olio viene filtrato dai residui della pianta i quali vanno torchiati a fondo, fino quasi a secchezza per quanto lo consente il residuo di olio, vengono posti in un recipiente di ghisa, messo a fuoco diretto e bruciato fino a che non si arrivi a cenere, il cui colore finale dipenderà dal contenuto dei minerali nella pianta.
Si deve ricordare di avere l’avvertenza di non superare la temperatura di sublimazione (circa 400° C).
Le ceneri ancora bollenti si aggiungono poi all’olio, rimestando vigorosamente, e poi si lascia decantare per alcune settimane (di solito una lunazione). Man mano che i sali si depositano sul fondo del vaso l’olio acquista una trasparenza cristallina e si “mineralizza” con i sali liposolubili.
Ciò che si deposita sul fondo non va eliminato anche se all’apparenza è una melma di cenere e olio perché presenta molto spesso qualità che vanno al di là degli oli stessi. Un rosso oleolito di iperico, che è antiflogistico per eccellenza, possiede un corpo di fondo che spalmato su piaghe putride può cicatrizzarle nel giro di poco tempo compiendo una vera e propria azione di cauterizzazione, che talvolta ha del prodigioso.

Il tipo di olio impiegato può essere di per sé importante:

L’olio di ricino (saturno)
Proprietà:
Cheratoplastiche
Cicatrizzanti
Emollienti
Nutrienti
Protettive
Vitaminizzanti
Veicolanti

Gli Antichi Egizi utilizzavano principalmente l’olio di ricino spremuto a freddo.
Usavano anche altri tipi di olii.

Oltre all’olio di oliva impiegato largamente dai Romani, uno degli olii che si trovano principalmente attivi sul piano energetico e anche utili dal punto di vista terapeutico per fare massaggi, ecc., è l’olio di mandorle.

L’olio di mandorle dolci (mercurio)
Proprietà:
Emollienti
Nutrienti
Protettive
Vitaminizzanti
Veicolanti

Infatti molto spesso per ottenere l’effetto che ottiene la pianta dall’olio di ricino, ma per poterlo utilizzare per fare massaggi, dato che un oleolito spagirico è estremamente concentrato, si può diluire in una certa percentuale in olio di mandorle, in modo da poter essere disponibile per grandi superfici e in modo da favorire l’effetto elettromagnetico rispetto quello biochimico. In quanto un oleolito di per sé non sarebbe da utilizzare su grandi superfici del corpo, ma su piccole aree riflesse (non parliamo di punti di agopuntura, ancora).
La lavorazione generalmente si tende a farla con l’olio di ricino, però per esempio per le piante solari si può usare benissimo olio di oliva spremuto a freddo, per le piante mercuriali olio di mandorle e così via.

La stessa lavorazione, che stiamo descrivendo, in Egitto poteva avvenire anche con un insieme di grassi animali e vegetali, in questo caso soprattutto con i fiori (il metodo dell’enflourage francese viene probabilmente dalla lavorazione spagirica). Si otteneva un grasso con una tale profumazione che poteva essere utilizzato aromaterapeuticamente.

Abbiamo visto come il vaso viene esposto ai raggi solari per almeno una lunazione. Poi, prima di ritirarlo per una lunazione di riposo, per fermare il preparato lo si può esporre ai raggi lunari. In questo modo si impedisce la putrefazione e il formarsi di eventuali muffe. Si ottiene una sterilizzazione che in alchimia si fa appunto con i raggi lunari o eventualmente con l’argento spagirico. Se addirittura questa tecnica la usiamo alla fine della preparazione, quando il prodotto è finito, quasi lo “fermiamo” e gli impediamo successive modificazioni. Gli diamo una memoria di un momento, fissiamo quella situazione magnetica che ha raggiunto. Arrivati al culmine lunare, non si espone mai ai raggi lunari, in modo che non sia colpito dai raggi della Luna Calante. Questa operazione che abbiamo raccontato si compie in luna crescente e possibilmente quasi piena.

Alla fine del ciclo di lunazione, si filtra e si separa il liquido dal solido. Il liquido riposa. Il solido si torchia e in Luna Nera, possibilmente, il solido viene calcinato. La calcinazione viene condotta nel seguente modo: si mette dentro il crogiolo il solido torchiato, si comincia ad accendere il fuoco e si alza la temperatura gradualmente fino a quando si raggiunge molto lentamente la temperatura che non si vuole superare. Si mantiene questa temperatura per molte ore, a volte giorni se è olio.

Prima di ricongiungerle con il liquido bisognerebbe dinamizzare le ceneri attraverso la triturazione in un mortaio.

Quando la temperatura è ancora alta o riportando la cenere in temperatura dopo la triturazione e durante la stessa, si può rimettere le ceneri nell’olio.
A questo punto si può fare i vari travasi in modo che i due insieme siano dinamizzati o semplicemente mischiare energicamente per lasciar riposare varie volte ottenendo l’adattamento. In genere il periodo di riposo dura tre mesi, cioè per tre lunazioni.
Dopo almeno tre lunazioni, quando sta per tornare la luna nera, si filtra l’olio ricavando nuovamente le ceneri intrise di olio. A questo punto si può ripetere l’operazione di calcinazione prima di ricongiungerli al liquido con le modalità della prima volta.
Questa operazione dovrebbe avvenire da un minimo di tre ad massimo di sette volte, ovvero fino a quando il liquido non è più in grado di assorbire dei sali. Quello che resta l’Alchimista lo lascia sul fondo. Questo fondo nell’insieme secondo l’alchimia serve anche a “mantenere la memoria” ma come dicevamo può anche costituire una vera panacea.

Trattandosi di olio non vale il discorso che si farà per le quintessenze, le tinture e gli elixir, e la dinamizzazione può consistere in diversi travasi e in determinate permanenze dell’olio stesso in contenitori la cui forma-frequenza è relativa all’archetipo che si deve potenziare (Pellicano, cucurbita, ecc.).
Su questo argomento c’è un articolo che si intitola “Il suono voce di ogni dove” dove in realtà si parla dei vasi alchemici e della loro forma (Kemi Hathor n° 81).
Il dottor Angelini diceva che troviamo spesso nei papiri egizi, “conserva il prodotto in vaso verde, conserva il prodotto in un vaso azzurro”. Poi se si va a vedere questi vasi, non sono né verdi né azzurri e sono generalmente di argilla. Forse quel nome di colore potrebbe essere il nome di una frequenza relativa ad un archetipo come nell’alchimia tradizionale presso i costruttori di cattedrali erano noti e utilizzati i rapporti armonici nelle costruzioni di ogni genere.
Per esempio potrebbe trattarsi dell’altezza del vaso, che di solito da un suono, infatti se voi prendete delle bottiglie e ci soffiate dentro esce un suono relativo alle altezze delle bottiglie. Quella è la nota che è data dall’altezza. Se prendiamo bottiglie di diverse altezze otteniamo suoni diversi. Se mettiamo un rimedio in una bottiglia di una certa frequenza quello è obbligato a convibrare con quella frequenza. Inserito un rimedio in un campo che se gli è affine lo si potenzia, viceversa lo si indebolisce.

Gli oleoliti possono essere impiegati con differenti tipi di applicazioni:

La prima applicazione possibile è quella olfattiva. Si può spalmare qualche goccia di oleolito sulla superficie del braccio o sulle mani e, continuando a respirare normalmente dal naso, si avvicina la parte unta ad ogni inspiro per allontanarla ad ogni espiro. Oppure si può applicare al centro del solco “naso-labiale” e/o sotto lo sterno (specie il pino nei casi di afflizioni polmonari). Faremo notare per ora per inciso, come ogni applicazione di oleolito, se di pianta aromatica, è comunque una sorta di aromaterapia involontaria.

La seconda è topica: spandere solo sulla parte interessata (pruriti, eczemi, ecc.).

La terza è zonale:
1° Si spande su una “zona di proiezione cutanea” (o zona riflessa) dell’organo su cui si vuole operare (per esempio spandere lungo la linea interna scapolare e sottoscapolare per agire sul fegato). Sulle zone di proiezione cutanea è di estremo interesse il metodo Greenberg, di cui vi è qualche costoso testo in commercio.
2° Oppure spandere in modo topico direttamente sulla parte interessata e, per aumentare l’efficacia del trattamento, anche su quella simmetrica (per esempio ginocchio sx, ginocchio dx).
3° Spalmare sulla zona dell’organo interessato (Fegato, sul posto del fegato; Cuore, sul posto del cuore; Polmoni, sul posto dei polmoni) per “avvolgerlo magneticamente”. Talvolta si usa volgarmente dire “fasciare il fegato con l’olio di iperico”. È evidentemente un modo di dire perché il significato materiale della frase è “mettere olio di iperico sulla zona in corrispondenza con il fegato”. Il concetto di “fasciare” senza garze suggerisce però l’idea che questo olio protegga come una garza, ecc.

Con l’oleolito esiste inoltre la possibilità di fare lavande vaginali o anali (che spesso eliminano in breve tempo anche le emorroidi).

Anche i gargarismi sono consigliati e praticati.

Ma l’utilizzo più interessante è quello che fa uso del sistema energetico di cui parleremo in una lezione futura.
Mediante questa tecnica si può spandere l’oleolito solo su una zona energetica corrispondente all’esigenza, o lungo il percorso dei MO (vasi energetici egizi) molto simili a quelli della tradizione orientale.
Per esempio si può utilizzare la zona della nuca, che  interessa l’energia celeste, in molti casi di insonnia, isterismo, o altre disfunzioni dell’apparato neurologico e psichico. Si può utilizzare la zona della fascia renale e lombare qualora vi sia un calo energetico o la necessità di sostenere la parte terrestre dell’energia. Per esempio l’olio di iperico può essere applicato in questa zona per sostenere il paziente durante una sindrome influenzale, ecc. con l’utilizzo delle pomate da spalmare sui polmoni, cariche di oli essenziali si conosce oggi la funzione respiratoria di questa zona. L’olio di pino o di timo possono tranquillamente svolgere la funzione biochimica necessaria con l’aggiunta della funzione elettromagnetica di attivazione dei punti corrispondenti all’archetipo di Gemelli (vaso Polmone), dove oltre alla zona toracica potrò spandere dolcemetne l’olio anche sul pollice, sul polso nel lato interno radiale, e nell’incavo del gomito.